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Previdenza complementare: il contributo di solidarietà del 10% può non essere a carico aziendale

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Quando il dipendente, destinatario di un piano di Welfare aziendale, sceglie di utilizzare, in tutto o in parte, il suo credito per prodotti di previdenza complementare o di assistenza sanitaria integrativa, impone alla ditta anche il versamento all’INPS del contributo di solidarietà del 10%. Questa situazione può pesantemente destabilizzare il piano di investimento che l’azienda ha intrapreso per sostenere il Welfare, perché se tutti i lavoratori scegliessero in larga misura questi prodotti, l’azienda si troverebbe a dover affrontare un costo maggiore del 10% rispetto al preventivato.

Questa situazione, però, può tranquillamente essere scongiurata: è infatti possibile inserire – nel regolamento aziendale che istituisce il Welfare o nell’accordo di secondo livello per il Premio di Risultato – una clausola che illustri chiaramente che l’azienda ha stabilito un determinato importo di credito Welfare e che eventuali costi ulteriori vengano ricompresi nell’importo stesso. Vale a dire: se il dipendente, destinatario di un credito Welfare, scegliesse di fare un versamento al fondo di previdenza integrativa e destinasse € 1.000 a tale scopo, il datore di lavoro verserebbe al fondo € 909,10 e all’INPS € 90,90 (a titolo di contributo integrativo).

Questa soluzione è assolutamente legittima, purché sia chiarita efficacemente nel regolamento o nell’accordo, esattamente come è stato fatto nel CCNL metalmeccanici, art. 17, sezione quarta, titolo quarto quando è stato istituito il welfare aziendale da CCNL.

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